Come trasformare gli insuccessi in opportunità creative (2ª parte)

Insuccesso, Opportunità creative, Fallimento, Errori, Sconfitta, Valore insuccesso, Better mistakesEcco la seconda parte dell’articolo con i suggerimenti (per aspiranti “Jedi”) per imparare a trasformare gli insuccessi in occasioni di crescita.

4. “Siate come una gomma per cancellare: riconoscete i vostri errori, fatene tesoro e poi cancellateli dalla memoria” (Zig Zaglar)

Michael Jordan, uno dei più grandi giocatori di basket di tutti i tempi, ha affermato: “Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri, ho perso quasi trecento partite, ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e io l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che, alla fine, ho vinto tutto.”

Ciò che ha reso grande Micheal Jordan, e che contribuisce a rendere innovative molte aziende, è proprio la capacità di “metabolizzare” l’insuccesso, di farne tesoro e di lasciarselo alle spalle.

Il fallimento, credo che ormai sia chiaro, è solo una tappa (non sempre obbligata) per arrivare al successo. Riconoscere i nostri errori, allora, è importante, perché mostra la nostra integrità e correttezza, la capacità di rielaborare l’accaduto e il desiderio di migliorare e di ripartire.

Negare l’evidenza, scaricare la colpa su qualcun altro o fare la vittima “inconsolabile” non mi sembrano, invece, delle modalità funzionali per gestire gli insuccessi.

Alla Gore, l’azienda di abbigliamento e calzature sportive creatrice del tessuto gore-tex, un progetto che non ha successo viene ugualmente festeggiato con una birra, perché sono fermamente convinti che il rischio faccia parte del gioco, che sia collegato sia al fallimento sia al successo.

Roberto Bonzio, un caro amico ideatore del progetto “Italiani di Frontiera”, mi diceva: “Se nella Silicon Valley un ragazzo avvia un’attività imprenditoriale per realizzare qualcosa di nuovo e fallisce, viene additato come uno che ci ha provato; nella maggior parte del resto del mondo, invece, viene additato come uno che ha fallito”.

Suggerimento (“Jedi”) n. 4: se vuoi costruire un ambiente lavorativo dinamico, aperto al cambiamento e all’innovazione, dedica qualche minuto, ogni settimana, per condividere e “rielaborare” serenamente gli errori delle persone che lavorano con te. “Perché si è verificato questo errore?”, “Come possiamo reagire, la prossima volta, in situazioni simili?”. Meno capri espiatori e più proposte concrete.

 

5. “Il fallimento è inevitabile, bisogna diventare maestri nell’arte del fallimento” (Charlene Li)

Falliremo. Spesso e volentieri, e in maniera brutale” – afferma Daniel Cook, Chief Creative Officer di Spry Fox, azienda di videogame di Seattle – “ma, auspicabilmente, sopravviveremo ogni volta. Abbiamo pianificato di sopravvivere ogni volta. È nel nostro DNA … è una visione del mondo. Se i tuoi prossimi quattro giochi saranno degli insuccessi, dove ti ritroverai? Se avrai un successo occasionale che farà ingrandire la tua società, come farà questa nuova società, rigonfia di “successo”, a gestire eventuali insuccessi multipli?”

Mi piace molto la determinazione di Cook nel reagire, nel non rimanere sopraffatti dall’insuccesso.

Non ti suggerisco, ovviamente, di andare allo sbaraglio, ma di sperimentare, quando necessario, quelli che Scott Anthony, Amministratore Delegato di Innosight, definisce “intelligent failures”.

I fallimenti intelligenti, che avvengono in modo veloce e a basso costo, portano spesso a nuove intuizioni riguardo i vostri prodotti o i vostri clienti. Dovrebbero essere non solo tollerati ma anche incoraggiati”, sostiene Antony. “Capire come gestire questo processo (di fallimento ed apprendimento fast e low cost) che porta al successo è, probabilmente, una delle cose più importanti che le aziende devono imparare.

Come facciamo, però, a riconoscere questi “fallimenti intelligenti”?

Amy Edmondson, nel suo articolo sull’Harvard Business Review “Strategies for Learning from Failure“, sostiene che esistono tre categorie di errori: “quelli evitabili nelle attività prevedibili, che di solito riguardano deviazioni dalle disposizioni; quelli inevitabili nei sistemi complessi, che possono derivare da combinazioni uniche di bisogni, persone e problemi, e, infine, quelli intelligenti alla frontiera, dove fallimenti “buoni” si verificano rapidamente e su una piccola scala, fornendo le informazioni più preziose”.

L’importanza dei “fallimenti intelligenti” viene ribadita, in modo un po’ provocatorio, anche dalla rivista Business Week che, nel luglio del 2006, titolava la copertina con “Eureka: we failed!

Suggerimento (“Jedi”) n. 5: “Quali tentativi ‘fast e low cost’ posso sperimentare nel mio lavoro?”, “Come posso pianificare di ‘sopravvivere’ se questo progetto fallisse?”, “Fin dove posso spingermi per esplorare nuovi spazi di innovazione nel mio ambito lavorativo?”

 

6. “Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”. (Winston Churchill)

La Nasa, all’inizio degli anni ’50, ha il problema di isolare dell’umidità e di proteggere dalla corrosione i contatti elettrici dei razzi. Si rivolge, quindi, ai suoi fornitori chiedendo di inventare un idrorepellente (Water Displacement) capace di risolvere questo problema.

Norm Larsen, fondatore della Rocket Chemical Company, si mette all’opera con i suoi due collaboratori e comincia a sperimentare diverse formule. Ad ogni fallimento annota ciò che funziona e ciò che va cambiato, riflette, modifica, procede, nonostante decine di insuccessi, con grande attenzione e determinazione.

Dopo 39 esperimenti-fallimenti riesce, nel 1953, ad individuare, finalmente, la formula perfetta e chiama il suo prodotto WD-40. Il suo olio lubrificante risulta efficiente non solo nell’industria aerospaziale, ma anche in molti altri ambiti diventando, molto velocemente, un prodotto di successo.

Ogni imprenditore” – confessa Richard Branson, fondatore del Virgin Group – “fallisce numerose volte prima di avere successo: la cosa più importante è continuare a rialzarsi e provare di nuovo”.

Trovo affascinante questa capacità di affrontare il fallimento come un “momento” di passaggio, come un’occasione per migliorare, per ripartire.

Nelle persone creative l’autostima non viene intaccata, la curiosità non si affievolisce, gli “insuccessi intelligenti” rappresentano davvero, come suggerisce Michael Michalko, dei portali verso la scoperta, verso nuove conoscenze, verso nuovi orizzonti.

Suggerimento (“Jedi”) n. 6: “Dove potrebbe condurmi questo insuccesso?”, “Qual è la mia visione, il mio sogno che tiene acceso il mio entusiasmo?”, “Quali nuovi orizzonti di ricerca o di sviluppo potrebbero originarsi da questo fallimento?”.

Mi auguro che queste mie riflessioni (scherzosamente “Jedi”) ti siano di aiuto nell’imparare a gestire, in modo sempre più creativo, i tuoi insuccessi. Nei momenti difficili prova a ricordare le parole di Wendell Philips, oratore americano del XIX secolo: “Che cos’è la sconfitta? Nient’altro che un insegnamento; nient’altro che il primo passo verso qualcosa di meglio”.

Io, intanto, brindo sia ai tuoi successi sia, ovviamente, ai tuoi (eventuali) insuccessi.

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