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Tutto quello che avreste voluto sapere sul brainstorming e non avete mai osato chiedere (2ª parte)

Brainstorming, Osborn, team, Facilitator, Creative Problem Solving, Creatività, InnovazioneEcco la seconda parte del post, in cui scopriamo se sia meglio ideare da soli o in team, che importanza ha il facilitatore che guida il gruppo e alcuni suggerimenti pratici per rendere più efficienti, e divertenti, le sessioni di brainstorming.

E’ meglio ideare in gruppo o da soli?

Lavorare insieme ad altri, ammettiamolo, è più difficile, ce ne siamo accorti tutti, ma, se fin dall’età della pietra gli uomini agiscono in gruppo, ci sarà pure un perché.

Decenni di studi sulla psicologia dei gruppi hanno evidenziando che, quando più persone decidono di collaborare, interviene una serie di fattori.

Cominciamo dagli aspetti positivi. Il lavoro in team consente di avere una molteplicità di punti di vista, una maggiore quantità di informazioni e di esperienze, una migliore (e più profonda) comprensione dei problemi, ecc. A livello motivazionale, poi, lavorare con gli altri stimola la partecipazione, la condivisione, l’associazione di idee e l’entusiasmo.

Non è tutt’oro, però, quello che luccica, e la collaborazione, come ci è capitato talvolta di sperimentare, nasconde non poche insidie. Nei team di lavoro si verifica, a volte, uno scarso impegno (deresponsabilizzazione), tanto ci sono le idee degli altri, una “convergenza” verso le proposte più prudenti ed usuali (normalizzazione), oppure una esaltazione delle idee eccessivamente rischiose o dirompenti (estremizzazione).

Anche Susan Cain, nel suo libro Quiet: The Power of Introverts in a World That Can’t Stop Talking, sostiene che lavorare in gruppo (soprattutto per le persone timide) non incoraggia la creatività a causa della pressione sociale.

Lavorare da soli, d’altro canto, non è tutto “rose e fiori”: un singolo pensatore ha, nella maggior parte dei casi, vedute più ristrette rispetto al gruppo, impegno e dedizione non costanti, trova il proprio lavoro meno stimolante e dinamico, ecc.

Ideare in gruppo, quindi, è più complesso e richiede maggiori competenze, sia da parte dei partecipanti, sia da parte del facilitatore. I risultati che può generare un team creativo, tuttavia, appaiono decisamente migliori.

Se vuoi andare veloce, vai da solo”, ricorda un proverbio africano, “se vuoi andare lontano, vai in gruppo”.

 

Tertium datur: un approccio “ibrido”

Esistono numerosissime ricerche che hanno analizzato l’efficienza del brainstorming rispetto al lavoro dei singoli pensatori (nominal group). Sul versante di quelle a favore del brainstorming, una delle più note è “A Review of Brainstorming Research (1998)”, in cui Scott Isaksen analizza oltre 50 ricerche svolte tra il 1958 e il 1998; Diehl and Stroebe, con “Why Groups are less Effective than their Members: On Productivity Losses in Idea-generating Groups (1994)”, si schierano decisamente sul versante opposto.

Un approccio originale, secondo me, è quello che presentano, Karan Girotra, Christian Terwiesch e Karl T. Ulrich, in “Idea Generation and the Quality of the Best Idea (2007)”.

Questi ricercatori focalizzano il loro studio su 4 variabili: la qualità media delle idee generate, il numero di idee, la varianza nella qualità delle idee (elemento nuovo in questo tipo di ricerche) e l’abilità del gruppo di discernere la qualità delle idee. La varianza nella qualità delle idee significa che è meglio avere 20 idee “banali” ed 1 geniale, piuttosto che 21 idee discretamente creative.

Ciò che emerge dal loro studio è che “groups employing the hybrid process are able to generate more ideas, to generate better ideas, and to better discern their best ideas compared to teams that rely purely on group work”.

Un processo “ibrido” prevede una prima fase, in cui i partecipanti producono le idee individualmente, e una seconda, in cui si condividono e si generano idee in gruppo. Questo approccio, che a mio parere “ricompone” la diatriba se sia meglio ideare da soli o in gruppo, appare una modalità promettente e produttiva per generare idee creative.

 

“Oh Capitano, mio capitano”: quanto influisce il facilitatore?

Condurre efficacemente sessioni di ideazione creativa è piuttosto complesso: si tratta di “navigare a vista”, gestendo (in tempo reale) le dinamiche di gruppo e le tecniche creative più adatte, avendo ben presente l’obiettivo da raggiungere.

Il facilitatore riveste un ruolo fondamentale, secondo la mia esperienza, per il successo del processo di problem solving creativo, comprese, ovviamente, le fasi di ideazione e di selezione delle idee.

Diverse ricerche, come ad esempio “The Effects of Facilitation, Recording, and Pauses on Group Brainstorming” (1996), hanno evidenziato che le sessioni di brainstorming guidate da facilitatori esperti (che avevano ricevuto una formazione mirata e specifica) hanno prodotto una quantità e una qualità di idee particolarmente elevate.

Nicole Oxley, Mary Dzindolet e Paul Paulus hanno anche evidenziato, nell’articolo “The effects of facilitators on the performance of brainstorming groups”, che i gruppi guidati da trainer altamente qualificati mostrano performance migliori rispetto a quelli condotti da facilitatori meno esperti.

Uno dei motivi dello “snaturamento” del brainstorming credo sia imputabile al fatto che diversi formatori (magari dopo aver letto una breve guida) si sono avventurati nel condurre sessioni di ideazione.

Ho avuto occasione di formarmi, più volte, con i docenti dell’International Center for Studies in Creativity dell’Università di Buffalo (N.Y.) e ho apprezzato molto la loro passione e il loro impegno nel rendere il brainstorming (e l’intero modello del Creative Problem Solving) sempre più evoluto ed efficiente.

 

Per un brainstorming più efficace … 

Vorrei concludere questo articolo condividendo, come promesso, qualche suggerimento pratico per rendere le sessioni di ideazione creativa più efficienti.

sfida creativa: definiamo chiaramente il problema da affrontare e scriviamolo, sotto forma di domanda (ne avevamo parlato nel post “Questioning: le domande che sprigionano la creatività”), su un cartellone ben visibile a tutto il gruppo;

facilitatore esperto: coinvolgiamo un professionista che ha ricevuto una formazione specifica sul problem solving creativo e che ha maturato, in questo ambito, diverse esperienze;

team vivace: selezioniamo, sia all’interno sia all’esterno dell’azienda, persone diverse (per età, sesso, formazione, ecc.), competenti (in uno o più ambiti inerenti la sfida) e motivate a trovare delle soluzioni innovative;

 ambiente insolito: portiamo, se è possibile, il gruppo a lavorare in un ambiente “inusuale” (un’enoteca, un museo, una cucina, un parco, ecc.), meglio se in tema con la sfida che stiamo affrontando;

processo stimolante: alterniamo attività individuali (o in coppia) con quelle che coinvolgono tutto il gruppo, forniamo, di tanto in tanto, alcuni stimoli sensoriali: degustazioni (di cioccolato, the, ecc.), essenze profumate (spezie, fiori, ecc.), brani musicali (musica classica, jazz, ecc.);

metodologia efficiente: esortiamo i partecipanti ad annotare le idee (meglio se in forma visuale) su post-it che vengono attaccati alla parete. Completata la fase di ideazione, possiamo raggruppare facilmente le idee (in base determinati criteri) spostando i post-it (clustering). Abbiamo, adesso, alcune “famiglie” di idee: chiediamo ad ogni partecipante di indicare, tramite un bollino colorato (dotting), quelle più promettenti.
E’ possibile raffinare ulteriormente le idee così selezionate, invitando il gruppo ad esplorare i “pro e contra” e i possibili miglioramenti delle proposte.

Bene, mi auguro che queste riflessioni e questi suggerimenti possano esserti utili per passare all’azione, perché come ricorda il comico Will Rogers  “Anche se siete sulla buona strada, vi investiranno se ci state seduti sopra. Datevi da fare.”

 

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