L’innovazione secondo Google: secondo te funziona? (2ª parte)

Google, Principi innovazione, innovation, lavoro, Malissa Mayer, Gopi Kallayil,open mindCome possiamo rendere più innovativa la nostra azienda?

Continuiamo le nostre riflessioni sui principi dell’innovazione di Google, suggeriti da Gopi Kallayil, chief social evangelist.

5. Ship and iterate

L’innovazione, come ammoniva anche la Mayer, non significa mai perfezione immediata. Google sceglie di lanciare, velocemente, un nuovo prodotto e di raccogliere il feedback degli utenti per migliorarlo.

Gmail, che in dieci anni ha superato i 500 milioni di utenti, è rimasto in versione beta per quasi tre anni. Nel 2008 Google ha distribuito il browser Chrome e, per circa un anno, lo ha aggiornato ogni sei settimane con i suggerimenti degli utilizzatori. “Oggi, grazie a questo approccio, Chrome è il browser più diffuso in molti paesi“, dice Kallayil.

Certo, non in tutti gli ambiti è così agevole lanciare un prodotto e poi aggiornarlo; è molto importante, però, non cedere alla “tentazione della perfezione”.

Trovo molto stimolante l’esortazione di Napoleon Hill: “Inizia ovunque ti trovi, con qualsiasi mezzo hai a disposizione: mezzi migliori li troverai lungo il cammino”.

Spunti di riflessione:
– Quali prodotti o servizi innovativi potresti mettere, velocemente, sul mercato?
– Come potresti sfruttare i suggerimenti dei tuoi “clienti” per migliorare i tuoi prodotti?

 

6. 20% time

Concedi ai tuoi dipendenti il 20% del tempo lavorativo (quindi un giorno alla settimana) per sviluppare idee e progetti personali che ritengono utili ed appassionanti.

Un approccio molto interessante che, per la verità, Google ha mutuato da William McKnight, presidente della 3M che, negli anni 40, fu il primo ad intuirne le potenzialità.

In questo modo, in effetti, si favorisce un proliferare di “start-up” interne all’azienda che possono produrre risultati eclatanti (basti pensare ai Post-It della 3M o a Gmail, Google Maps, Ad Sense, GTalk, Google News di Google) e si stimolano la motivazione e la creatività dei dipendenti.

Christopher Mims, nel suo articolo “Google’s ‘20% time’, which brought you Gmail and AdSense, is now as good as dead”, sostiene che questa pratica sia ormai in declino, mentre Ryan Tate, dalle colonne di Wired US, afferma che “Google Couldn’t Kill 20 Percent Time Even if It Wanted To“.

Spunti di riflessione:
– Come potresti applicare il “metodo del 20%” nel tuo team o nella tua azienda?
– In quali altri modi potresti favorire la creatività dei tuoi dipendenti?

 

7. Default to open

Malissa Mayer esortava a condividere, nella intranet di Google, il maggior numero possibile di informazioni, per favorire la collaborazione.

Gopi Kallayil amplia ulteriormente questo approccio: “Ci sono sette miliardi di persone nel mondo … le persone più intelligenti saranno sempre al di fuori di Google”. Diventa necessario, allora, imparare ad attingere idee innovative anche all’esterno.

Il sistema operativo Android, che conta oltre 1,4 milioni di nuove attivazioni al giorno, è un classico esempio di come Google, attraverso l’open source, integri risorse e conoscenze interne ed esterne.

Uno dei segreti dei team particolarmente creativi è proprio quello di favorire una comunicazione autentica ed estemporanea, di condividere, anche con i colleghi di altri reparti, intuizioni e idee, in modo informale.

Walt Disney fu uno dei primi che, nel 1939, inserì nella nuova sede di Burbank (California) una sala “ricreativa”, accogliente e colorata, proprio per favorire la condivisione di idee e la “cross-fertilization”. Google, non a caso, è nota anche per essere una delle aziende più attente a creare spazi di lavoro inusuali, colorati e divertenti.

Spunti di riflessione:
– Come potresti creare nella tua azienda uno spazio “unconventional”, in cui le persone possano scambiarsi intuizioni e idee, magari davanti ad una tazza di caffè o di tè?
– In quali modi potresti favorire la collaborazione tra dipendenti e partner esterni all’azienda?

 

8. Fail well

Il fallimento a Google non viene stigmatizzato, ma rappresenta un “badge of honour”, un distintivo d’onore di cui andare fieri. “Nella nostra azienda abbiamo un motto” – confida Kallayil – “if you don’t fail often enough, you’re not trying hard enough”, se non fallisci spesso, vuol dire che non stai tentando qualcosa di sfidante.

Anche Google, sia chiaro, ha collezionato diversi insuccessi: basta ricordare Buzz, Google Wave, Google Dictionary, OpenSocial, ecc; ciò che è interessante, però, è il modo in cui sceglie di gestirli.

Quando ci accorgiamo che un progetto non funziona, lo abbandoniamo”, afferma Kallayil, “ma prendiamo le idee migliori e le riconvertiamo in un altro progetto. Google Plus, ad esempio, incorpora elementi di Google Buzz, Wave, Orkut and OpenSocial”.

Sono convinto, anche per esperienze personali, che gli insuccessi rappresentino delle preziose occasioni di verifica, di scoperta e di cambiamento. Ho proposto alcuni suggerimenti per imparare a trarre il meglio dai nostri insuccessi nel post “Come trasformare gli insuccessi in opportunità creative”.

Spunti di riflessione:
– Che cosa puoi intravedere, in questa situazione negativa, di promettente per te o per il tuo team?”,
– Quali tentativi di “fast e low cost failure” puoi sperimentare nel tuo ambito lavorativo?”

 

9. Have a mission that matters

Questo principio non c’era nella lista della Mayer ma, secondo Kallayil, è uno dei più importanti: “Ognuno in Google ha un forte senso della missione … siamo profondamente convinti che il lavoro che facciamo abbia un grande impatto positivo su milioni di persone.”

In occasione del terremoto (e del conseguente tsunami) che ha colpito il Giappone nel marzo del 2011, Google ha lanciato la web application “Google Person Finder“, per aiutare le vittime a trovare familiari ed amici.

Le persone che scelgono di lavorare in Google, secondo Kallayil, non lo fanno per i benefits, o per le aree comuni (rifornite di snack) o per i tavoli da ping pong, ma perché sentono di contribuire ad un progetto innovativo che mira a migliorare il mondo.

Per la verità, ogni imprenditore che fonda un’azienda, ma anche ogni gruppo di ragazzi che decide di avviare una start-up, ha una passione, ha il desiderio di risolvere, in modo efficiente e creativo, un problema, piccolo o grande, che “preoccupa” molte persone.

Spunti di riflessione:
– Qual è la missione del tuo team o della tua azienda?”,
– In che modo il tuo lavoro può avere un impatto positivo sulle persone dentro e fuori l’azienda?

 

Certo, non è tutt’oro quello che brilla, e anche all’interno di Google ci sono frustrazioni,  difficoltà e problemi; questi principi, comunque, rappresentano, a mio avviso, una preziosa indicazione per costruire, in ogni azienda, una cultura organizzativa dinamica e aperta all’innovazione.

Un commento su “L’innovazione secondo Google: secondo te funziona? (2ª parte)

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