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Il coraggio di innovare: intervista con Mauro Berruto

Mauro Berruto, Pallavolo, NazionaleE’ laureato in filosofia, acuto, ironico, intelligente; nei suoi speech cita pittori e artisti europei, movimenti culturali americani e personaggi sportivi che hanno fatto la storia. Il suo lavoro (anche se, a prima vista, non si direbbe) è allenare la Nazionale italiana maschile di pallavolo.

Per evidenziare l’importanza di vivere a pieno le esperienze, ha citato William Turner, pittore e paesaggista romantico inglese, che, per riuscire a dipingere in modo realistico una tempesta, si fece legare all’albero maestro della nave durante una burrasca. Questa esperienza cambiò radicalmente il suo modo di dipingere e molti critici hanno colto, nei dipinti delle tempeste di Turner, delle avanguardie dell’impressionismo.

A proposito di limiti, poi, Berruto ha sottolineato come alcuni siano più mentali che fisici: per questo è fondamentale avere il coraggio di innovare e di superare i paradigmi esistenti, nello sport come nella vita.

Come nel caso di Emil Zátopek, giovane cecoslovacco che scopre quasi per caso, all’età di 19 anni, di avere una predisposizione e una passione per la corsa. Si allena con una modalità innovativa (che prevede sessioni ripetute intervallate da sessioni di recupero) e nel 1948 vince la medaglia d’oro nei 10.000 metri alle Olimpiadi di Londra; l’anno successivo batte, per due volte, il record mondiale (sempre nei 10.000 metri). Nelle Olimpiadi di Helsinki del 1952, compie un’impresa straordinaria: vince tre medaglie d’oro in gare molto diverse, come i 5.000 metri, i 10.000 e la maratona (impresa che nessuno, dopo di lui, è riuscito ad eguagliare).

Anche Roger Bannister è entrato nella leggenda per aver corso, nel maggio del 1954 ad Oxford, il miglio in meno di quattro minuti (3’59”4 per la precisione). Un limite che gli atleti e i medici dell’epoca ritenevano umanamente insuperabile. Il suo record, però, dura soltanto 46 giorni: l’australiano John Landy corre il miglio in 3′ 57”9. Senza alcuna variazione significativa nelle calzature o nelle piste di atletica, sono oltre 40 gli atleti che, nei 365 giorni successivi corrono sotto i quattro minuti. Bannister è stato il primo, però, a battere il record e, soprattutto, a scardinare un paradigma.

Berruto conclude il suo intervento elencando ciò che ha imparato dalle squadre che ha allenato (numerose squadre di club italiane, alcune greche, la nazionale finlandese, ecc.): sogna, fai fatica, perdi (qualche volta), ispira e desidera.

Ho avuto l’opportunità di intervistare Mauro alla fine del suo intervento: ci siamo seduti con calma e abbiamo scambiato alcune riflessioni su creatività e team innovativi.

 

Come è possibile individuare in un’azienda o in un team (sportivo) i ragazzi con maggior talento e abilità creative?

Il primo aspetto che mi viene in mente è la capacità di mettersi in gioco. Un grande atleta che è diventato tale seguendo dei protocolli e un certo stile di vita, capita che sia restio, spesso, a cambiare ciò che gli ha permesso di arrivare lì. I campioni assoluti, che si differenziano dagli altri, sono atleti che ogni giorno, in ogni seduta di allenamento, hanno questa curiositàinfinita di scoprire, magari modificando un piccolo gesto tecnico o un dettaglio, se quelle piccole differenze possono portare ad un miglioramento della performance. Nello sport uno arriva perché ha un talento fisico indubitabile: ci sono dei parametri oggettivi. Tra questi atleti c’è chi difende quello che ha fatto per essere lì, e c’è, invece, chi arriva nello stesso posto e attacca ogni centimetro che ha a disposizione, per sperimentare e migliorare.

 

Quali sono, nella tua esperienza, gli accorgimenti che favoriscono la creatività in un gruppo?

Se voglio atleti curiosi, devo essere curioso io. Se vieni chiamato a guidare delle squadre, significa, se credi in quel valore, che devi essere esemplare nel dimostrare anche dal tuo punto di vista che sei disponibile a sperimentare, a cambiare, a metterti in gioco. E’ il modo che ho, per poter chiedere la stessa cosa ai miei atleti, chiaramente …

 

Qualche suggerimento ad un ragazzo/a che si affaccia al mondo del lavoro, come in quello dello sport, per trovare la propria strada..

Seguire il proprio talento, quando uno ha un sogno, ha delle sensazioni che, magari non riesce a razionalizzare ma che lo spingono in una certa direzione; lo dico per averlo vissuto personalmente. Come raccontavo, ho un percorso universitario completamente diverso, ma sentivo questa vocina che mi diceva “provaci, investi tempo, investi energie, volontà e provaci”. La seconda cosa che mi viene in mente è non rinunciare mai in partenza, anche quando sembra che ci siano pochissime possibilità a disposizione. La terza forse può sembrare un po’ banale e retorica: fare fatica, mettersi a disposizione dimostrando la voglia di imparare, di faticare, di passare delle ore per migliorare. La quarta è di scegliersi dei buoni modelli. Nelle nostre attività professionali, molto spesso, dedichiamo del tempo allo studio e all’approfondimento, ci sono, però, degli insegnamenti unici che arrivano dallo stare al fianco di una persona che ha ottenuto successo in quel campo e che ha dimostrato di essere un leader e un punto di riferimento. Suggerisco di non avere paura di chiedere di affiancarsi a loro, anche perché, spesso, una risposta positiva è più semplice di quanto si immagini.

 

Un’ultima domanda: quanto è importante l’ottimismo?

L’ottimismo, in questo momento, è una necessità come l’aria che respiriamo. Il nostro paese sembra arrotolato in una spirale di negatività che non fa altro che farci vedere le cose più complicate, più difficili e più brutte di quello che in realtà sono. Questo non significa essere ottimisti ingenui, vuol dire avere capacità critica, significa saper individuare i punti deboli su cui lavorare, però significa avere chiara la prospettiva di voler tornare ad essere un paese competitivo, ad essere un modello, essere un esempio, come l’Italia è stata nel mondo per tantissimi anni. Io sono sicuro che questo succederà e mi auguro che avvenga anche presto.

 

[Articolo pubblicato, originariamente, su Wired.it]

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