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L’arte di inventare (giochi): intervista con Christian Zoli (2ª parte)

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Photo by Winnond (FreeDigitalPhotos.net)

Ecco la seconda parte dell’intervista con “l’inventore” Christian Zoli.

Nel tuo intervento hai citato Mihaly Csikszentmihalyi e alcune sue riflessioni sulla “Flow experence”: è davvero possibile creare un’esperienza di flusso?
Assolutamente sì! E non è affatto una esperienza mistica extracorporea, tutt’altro! Il Flusso è quando siamo talmente presi e appagati da quello che stiamo facendo, da non sentire il passare del tempo e talvolta da dimenticarci di mangiare! Lo abbiamo provato tutti, ognuno facendo la “propria cosa”, per qualcuno sarà stato uno sport, per altri magari la musica, per molti un gioco o un hobby, per pochi “fortunati” il lavoro.

Il problema è che ci dimentichiamo di quanto ne abbiamo bisogno. Spesso, quando pensiamo di volerci riposare, invece avremmo bisogno di momenti come questi, ma la nostra mente si confonde e interpreta male i segnali.

 

Henry Ford diceva: “Quando lavoriamo dobbiamo lavorare. Quando giochiamo dobbiamo giocare. Non serve a nulla cercare di mescolare le due cose. L’unico obiettivo deve essere quello di svolgere il lavoro e di essere pagati per averlo svolto. Quando il lavoro è finito, allora può venire il gioco, non prima.” Che ne pensi?

Se è per questo, Frederick Winslow Taylor, una delle persone che maggiormente ha contribuito a definire il rapporto datore di lavoro-lavoratore alla fine del 1800, diceva: «Difficilmente si potrà trovare un lavoratore che non dedichi una considerevole quantità di tempo a studiare quanto lentamente possa lavorare, convincendo il suo datore di andare ad un buon ritmo».

Penso che stiamo ancora pagando le conseguenze di più di un secolo di questa mentalità.

Il pensiero di Ford è in buona parte anche figlio del suo tempo e di quel mondo e, per fortuna, non siamo più negli anni della rivoluzione industriale. Il vero problema è che siamo così abituati a pensare che questo sia l’unico approccio possibile che ci dimentichiamo che ce ne possono anche essere altri. Finché continuiamo sotto sotto a credere che il lavoro sia qualcosa che ci fa schifo e che lo facciamo solo perché siamo pagati, non ne usciremo mai. Se non cambiamo prima modello di pensiero, ogni azione, anche volta al miglioramento, sarà sempre inutile: non è facendo “più” delle cose sbagliate che ci si avvicina ad una soluzione.

 

Qual è la (reale) utilità della Gamification e in quali ambiti si può applicare?

Premetto che Gamification è una parola che oggi cerco di usare molto poco. Le ragioni sono complesse da spiegare in una risposta breve. Diciamo che chi non la conosce non sta capendo, e anche chi la conosce spesso ne ha probabilmente una idea diversa da quella che io intenderei. Per rispondere alla tua domanda, la Gamification è uno strumento: consiste nell’utilizzare un approccio e degli elementi presi dal mondo del gioco in contesti che ne sono estranei. La sua utilità consiste nell’attingere e attivare la nostra parte più interessata, coinvolta, stimolata e positiva. Se è fatta con cognizione di causa, si può applicare a qualsiasi ambito, dal lavoro al marketing, dall’educazione ai progetti sociali. Purtroppo, troppo spesso, vengono usati solo elementi presi dal gioco, senza una reale comprensione dei processi motivazionali che stanno alla base.

 

Quali sono, nella tua esperienza, i principali ostacoli alla creatività e all’innovazione?

La disabitudine. Sempre per citare Picasso: “Ogni bambino nasce artista. Il problema è poi come rimanerlo quando si cresce”.

Allo stesso modo, siamo stati tutti creatori di giochi: lo eravamo da bambini tutte le volte che dicevamo “Giochiamo che …”.

Il problema, come dice Daniel Pink, sostenitore della Teoria dell’Autodeterminazione, è che è sbagliato il sistema operativo alla base della nostra società, che ci porta a vedere il lavoro come qualcosa che “dobbiamo” fare. Non c’è niente di peggio per spegnere definitivamente la creatività che sentirsi obbligati a fare quello che si sta facendo.

 

Quali accorgimenti suggerisci per “sbloccare” la creatività nei gruppi o, più in generale, nei luoghi di lavoro?

Questa è una risposta troppo lunga per un’intervista. Anche perché in questo consiste buona parte del mio lavoro, quindi, se dicessi tutto qui, perderei troppi potenziali clienti! 😉

Sto scherzando. Diciamo che risponderò con una frase che uso spesso. Un buon modo è quello di applicare agli ambienti di lavoro le stesse regole che sono alla base del game-design di un buon gioco. Fra le altre cose: ridefinire continuamente sfide bilanciate, mantenere chiari gli obiettivi, dare feedback costanti e definire un buon approccio all’errore.

Esatto: l’opposto di quello che accade quasi ovunque!

 

Quali consigli daresti ad un ragazzo/a per realizzarsi nel mondo del lavoro?

A questa domanda mi è subito venuto in mente un filmato che ho usato spesso nei miei corsi. E’ una pubblicità davvero ben riuscita di una agenzia per il lavoro spagnola. Ma raccontato non rende, devi dargli un’occhiata: https://www.youtube.com/watch?v=6p8uQauo458

Può sembrare una frase fatta, ma non lo è affatto: ci sono più lavori possibili di quelli che ci fanno vedere, anche se per alcuni di essi non ci sono percorsi precisi e definiti. Se prendo me come esempio, né l’autore di giochi né il formatore erano fra le possibilità che vedevo all’inizio.

E quando troviamo qualcosa che ci appassiona davvero non è mai facile, ma ne vale sempre la pena.

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