La vita, il cinema e la creatività: Intervista a Pupi Avati

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Quelli che hanno fatto cose straordinarie, hanno sognato di più, hanno osato di più, hanno fatto coincidere il loro talento con la loro passione.”  Comincia così Pupi Avati il suo intervento al “Forum delle Eccellenze 2014” (organizzato da Performance Strategies).

Racconta della sua vita privata (come ha conosciuto e conquistato sua moglie Nicola), della sua breve carriera di musicista jazz (suonava il clarinetto nella “Doctor Dixie Jazz Band”, ma ha rinunciato dopo l’arrivo di Lucio Dalla), degli inizi come venditore di surgelati, fino alla decisione di fare cinema affascinato da “8 e mezzo“ di Federico Fellini.

Rifacendosi alle sue origini contadine, paragona la vita al percorso su una collina, composto da quattro fasi:

1. Infanzia (e adolescenza)

È la fase della scoperta, dell’apprendimento: impariamo a camminare, a parlare, a giocare. L’amicizia è gratuita, l’immaginazione è pura, il concetto più ricorrente è “per sempre”: il giocattolo, la mamma, l’amico, tutto è per sempre. È un periodo meraviglioso, in cui tutto è possibile: “la sera, prima di addormentarsi, si riesce a immaginare qualunque cosa”. La creatività è vissuta al massimo delle potenzialità, perché è pura e libera.

2 .  Giovinezza

È un periodo di grande socializzazione  e di apprendimento professionale, impariamo le tecniche e i trucchi del mestiere. Durante la salita, immaginiamo il paesaggio, ma non sappiamo, ancora, come sarà realmente. Le relazioni con gli altri diventano meno sincere, ragioniamo in termini “mi conviene – non mi conviene”, scompare dai discorsi il “per sempre”.  Apprezziamo un “sistema”, perché più siamo inseriti e più ci sentiamo riconosciuti.

3. Maturità

È l’apice della collina, in cui il percorso già fatto appare più interessante di quello da affrontare. Si scollina quando il corpo fisico comincia a divergere dal nostro io (i primi problemi alla vista, all’udito, ecc.). Con la tecnica (e la tecnologia) riusciamo a mascherare e a supplire alle carenze, ma inizia il disapprendimento. Il futuro cambia polarità e diventa passato, abbiamo nostalgia della giovinezza.

4. Vecchiaia

In questa fase si cominciano ad intravedere i “titoli di coda”, il distacco tra io fisico e mentale è sempre più evidente, la nostalgia per la giovinezza è sostituita da quella per l’infanzia: ritorniamo bambini. Abbiamo uno sguardo più ampio e libero, più genuino, facciamo meno i conti, torniamo ad usare “per sempre”, comprendiamo meglio gli altri, soprattutto i bambini. È un momento magico, in cui scopriamo la straordinaria bellezza della vulnerabilità: quanto più siamo vulnerabili, tanto più siamo umani. E questo ritorno all’infanzia rappresenta la fine viaggio: “È lì, in quella cucina, dove mia madre e mio padre mi aspettano, che io voglio tornare …”.

Dopo l’intervento (molto appassionante e commovente), ho avuto occasione di fare qualche domanda ad Avati su creatività, talento e ottimismo.

 

Diversi autori sostengono che la paura tenda ad inibire la produzione creativa; nel suo intervento, però, ha affermato che la paura favorisce la creatività …

Mi riferivo alle favole che ci venivano narrate quando eravamo bambini e che suscitavano in noi la necessità di immaginare; quelle streghe, le donne con la gamba d’oro, i preti donna, tutti i personaggi del fantastico gotico emiliano hanno stimolato e formato la nostra immaginazione. Durante storie e racconti di questo tipo, la paura, secondo me, spinge a riempire il vuoto con la creatività.

 

Quali sono gli aspetti principali per favorire la creatività individuale?

Credo che vada stimolato l’Ego: è evidente che le persone depresse, che non credono in se stesse, che dubitano del proprio talento, difficilmente metteranno in campo la propria creatività; bisogna aiutarle a sviluppare l’autostima, a volte anche con qualche menzogna.

Quando, alla fine di una proiezione privata di un mio film, si avvicina qualcuno e mi dice “Ti dico la verità?”, io rispondo: “No, dimmi tutto ma non la verità!”. Non me ne frega niente della verità, io voglio continuamente essere illuso, vivere in una sfera che mi preservi dai confini angusti e limitativi della verità.

 

L’ottimismo quanto è importante nel lavoro?

L’ottimismo è fondamentale in qualunque tipo di attività. Se c’è stata una persona ottimista, è stato Lucio Dalla. Suonava bene perché era ottimista ed era convinto che poteva suonare bene, e perché era un gran bugiardo. Le bugie che ha raccontato Lucio, sui suoi successi, sulle cose che faceva, erano incredibili; poi, però, è stato capace di realizzare tutto quello che si era inventato. Quando aveva 16 – 17 anni, Lucio era un morto di fame, non aveva neanche i soldi per mangiare; nei dopo teatro andavamo in una birreria di Bologna e io gli offrivo tonno, cipolla e birra. E lui raccontava che sarebbe diventato il più grande musicista italiano e tutti, al tavolo, lo consideravano un mitomane.

 

Nella parabola della vita, che ha raccontato prima, la creatività è d’aiuto o di ostacolo?

Non credo che la creatività sia mai stata di ostacolo a nulla; le persone, però, oggi parlano troppo della situazione economica. I problemi ci sono, ma la felicità di un essere umano è anche dovuta a molti altri elementi, che non sono legati alla denuncia dei redditi o allo spread. Sono molte le ragioni per le quali io, in questo momento, sono o non sono contento di me e della mia vita.

Il mondo si è desacralizzato, si è uniformato sui dei valori che sono solo di carattere economico: tu vali solo per quanto guadagni, per quanti spettatori hai avuto di Auditel, per quanti biglietti hai venduto, quanti voti hai ricevuto, ecc. Tu sei numericamente, e continuamente, quantificabile, e invece non è vero. Io credo che ci siano delle forme di espressione creativa che non possono essere ricondotte ad una valutazione numerica. Pensa alla poesia: che senso ha contare quante copie vende Mario Luzi o quante ne ha vendute Giorgio Caproni o Dylan Thomas? Non mi interessa, lì c’è l’ineffabile, c’è qualcosa che, quando lo leggo, mi fa commuovere, mi fa piangere lacrime di riconoscenza, che sono le più belle …

 

Quali sono le circostanze in cui le vengono le idee migliori?

Devo confessarti che non l’ho mai saputo. Buzzo diceva che il “momento” della creatività è sfuggente, c’è qualcosa di sacrale per cui non lo memorizzi. Le buone idee sembrano collegate tra loro da un filo misterioso. Nella mia esperienza l’idea iniziale, la prima cosa che scrivi, difficilmente sarà presente nel film: è una sorta di amo che è stato lanciato nell’acqua torbida di uno stagno e che pesca qualcosa che, magari, avrà poco a che fare con l’idea da cui eri partito.

 

Nella creazione di un progetto innovativo qual è l’aspetto più importante?

La storia: se non hai una storia da raccontare, non vai da nessuna parte. Nel cinema, ma anche in altri ambiti, il soggetto e la sceneggiatura sono basilari. Prendi una penna, o un computer, e comincia a scrivere, a cancellare e a riscrivere, fino a quando, attingendo dalla tua interiorità e dalla tua esperienza di vita, riesci a costruire una storia che funziona. Una storia funziona quando incuriosisce, appassiona e commuove chi l’ascolta. Ricorda: da una cattiva sceneggiatura non può nascere un buon film, da una buona sceneggiatura è difficile che venga fuori un brutto film.

 

Che cosa suggerirebbe ad un ragazzo per avere successo nel lavoro ?

Io dico sempre ai ragazzi: “Osate, provate a immaginare cose magnifiche, a realizzare con il pensiero i sogni irrealizzabili … prima o poi qualcuno si accorgerà di voi”.

Verlan du cinéma by Figures Ambigues

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