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Chi fallisce, poi impara?

Errore, imparare dagli errori, innovazione,

“Mistakes” by Herman-Yung

È capitato ad ognuno di fare qualche errore, a volte piccoli altre volte grandi errori, ma poi siamo stati in grado di imparare qualcosa e/o di migliorare il nostro modo di lavorare?

Un’interessante ricerca, svolta nel 2008 presso l’Università di Harvard (“Performance Persistence in Entrepreneurship”), sembra mettere in dubbio la convinzione che “sbagliando si impara”.

Dallo studio, condotto da Paul Gompers, Anna Kovner, Josh Lerner e David Scharfstein, emerge che un imprenditore che avvia, per la prima volta, un’attività imprenditoriale ha il 18% di probabilità di successo, un imprenditore con un fallimento alle spalle ne ha il 20%, chi ha già avuto successo (con una start-up che è cresciuta ed è stata quotata in borsa) ne ha il 30%.

Chi ha fallito una volta, quindi, ha (quasi) le stesse probabilità di successo di chi non ha mai fatto business. Il fallimento, di per sé, non sembra, dunque, una garanzia di crescita o di migliori risultati futuri.

Che cos’è, allora, che può trasformare un insuccesso da una perdita di tempo e di soldi ad un’occasione di apprendimento, di scoperta e di cambiamento?

Nel mio recente articolo (su Wired) “Chi fallisce non (sempre) impara“, indico quattro risvolti positivi, ed utili, dell’insuccesso:

1. Insuccesso come occasione di verifica: “Maledetta vittoria, benedetta sconfitta” (Josefa Idem)

2. Insuccesso come apprendimento: “Il fallimento è inevitabile, bisogna diventare maestri nell’arte del fallimento” (Charlene Li)

3. Insuccesso come scoperta: “Il caso aiuta le menti preparate” (Louis Pasteur)

4. Insuccesso come esperienza: “Il successo è l’abilità di passare da un fallimento all’altro senza perdere l’entusiasmo”. (Winston Churchill)

Ciò che può trasformare un insuccesso (improduttivo) in una preziosa occasione di crescita, in definitiva, è la capacità di analizzare quello che non ha funzionato, di cogliere elementi importanti per modificare il nostro modo di pensare e di guardare alla realtà, di sperimentare nuove opportunità e nuovi modi di agire.

Stanno nascendo delle community, in questi ultimi anni, che possono aiutare i giovani imprenditori a confrontarsi, a condividere le esperienze e a sfruttare al meglio errori ed insuccessi (propri e altrui).

Autopsy” è una piattaforma che contiene decine di storie di startup che non ce l’hanno fatta; presenta, in modo schematico, l’idea iniziale, i motivi (principali) per cui non ha funzionato e il racconto del fondatore.

The failure institute” analizza le più comuni cause di insuccesso di una startup ed organizza le “Fuckup nights”, degli eventi “live” (in oltre 150 città in 53 Paesi) in cui gli imprenditori che hanno fallito raccontano esperienze ed errori che vale la pena conoscere. È possibile anche scaricare il “Fuckup book” una raccolta di racconti, e di simpatici esercizi pratici, per imparare, il più possibile, dai propri insuccessi.

[Articolo pubblicato originariamente su wired.it]

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