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“La casa di carta”: storytelling e creatività

Foto: "Casa de papel" - Antena 3

Foto: “Casa de papel” – Antena 3

Come fa una serie tv spagnola su una rapina (argomento stravisto), scritta da uno sceneggiatore sconosciuto (Álex Pina), ad avere tanto successo?  

La trama e la struttura di questa serie richiamano alla memoria altri film, o serie tv, di successo (“The inside man”, “Ocean Eleven”, “Orange is the new black”, “Prison Break”, ecc.), eppure “La casa di carta” riesce a trovare un suo stile, efficace ed originale.

È stata pensata e scritta come un’unica serie, formata da 15 episodi di 70 minuti ciascuno; Netflix, però, ha diviso ogni puntata in due, per renderla più fruibile dagli spettatori, e l’ha distribuita in due stagioni (di 13 e 9 episodi).

Vediamo alcuni degli elementi che rendono “La casa di carta” un piccolo capolavoro.

 

Una narrazione affascinante
La serie racconta, scandendo ore e giorni, lo svolgersi di una rapina alla Zecca di Stato di Madrid (Fabrica Nacional de Moneda y Timbre). L’argomento non appare particolarmente originale, ma viene utilizzata, con maestria, una serie di elementi narrativi “classici”, che rendono il racconto godibile ed efficace: l’inizio “in medias res”, in cui vediamo i rapinatori entrare alla Zecca, i flashback, che mostrano i mesi in cui il gruppo si è preparato al colpo, le metafore, che descrivono in modo vivace le diverse situazioni, e i continui colpi di scena (“cliffhanger”), che incuriosiscono lo spettatore e lo spingono a passare, con trepidazione, all’episodio successivo.

La narrazione ha una struttura ben congegnata: alterna in modo efficace il presente e il passato, dosa sapientemente umorismo e drammaticità, ha un ottimo ritmo e tiene lo spettatore continuamente sulla corda.

Un aspetto originale di questa storia è la presenza di quattro nuclei di protagonisti: i rapinatori, gli ostaggi, la polizia e l’opinione pubblica.

I rapinatori, ognuno con una specifica abilità (scassinatore, falsario, hacker), si chiamano con nomi di città (Tokyo, Mosca, Rio, Oslo, Helsinki, Nairobi, Berlino, Denver) per mantenere l’anonimato. Sono personaggi sventurati, fragili, pieni di difetti; nel corso dei flashback scopriamo, tassello dopo tassello, gli eventi che hanno segnato le loro vite e che causano le loro instabilità. Partecipano a questo colpo spinti non solo dal desiderio di libertà e di ricchezza, ma anche dalla voglia di rivincita (e di redenzione) sul loro passato.

“Il professore”, che ha dedicato tutta la vita a pianificare il colpo, appare una persona sicura, acuta, analitica, geniale, capace di trovare, ogni volta, soluzioni creative ed efficaci. Dice: “Puoi sacrificare tutta la tua vita lavorando per una paga da fame e poi morire; oppure puoi rischiartela una volta sola, per il colpo della vita, e poi godertela”. Rimane un personaggio piuttosto misterioso, ma, nell’evoluzione della storia, mostrerà anche lui le sue fragilità emotive, che finiranno per complicare, non poco, l’esito finale.

Il desiderio di riscatto e la loro profonda umanità  rendono i rapinatori simpatici allo spettatore che, nonostante le fragilità e gli errori, prende, ben presto, le loro parti.

Gli ostaggi reagiscono in modi diversi: alcuni (come il direttore Arturo) tramano in ogni modo contro i rapinatori pur di riuscire a fuggire, altri (come Torres) parteggiano per loro e collaborano alla stampa delle banconote, altri ancora assecondano i rapinatori e una persona (non svelo chi) decide, alla fine, di unirsi a loro.

Nella Polizia i personaggi ricalcano il (classico) cliché del poliziotto duro, sbrigativo e un po’ ingenuo; l’unica ad avere maggior spessore è Raquel, l’ispettore che coordina le indagini (anche se l’arco di trasformazione del suo personaggio appare, in alcune circostanze, troppo repentino per essere verosimile).

Nonostante non brilli per perspicacia, la polizia sembra spesso sul punto di incastrare i rapinatori, ma loro, grazie al “professore”,  hanno sempre pronta una contromossa per guadagnare terreno.

L’opinione pubblica è presente solo sullo sfondo della narrazione, ma si comprende che parteggia per i rapinatori, apprezza il loro coraggio nel ribellarsi a sistema e li considera degli eroi. 

Il racconto, in conclusione, riesce a coniugare bene azione e introspezione, a descrivere i vari personaggi, in modo vivace e credibile, a mantenere sempre alta la tensione, costellando ogni episodio con più colpi di scena (cosa che ha permesso a Netflix di dividere, senza problemi, ogni puntata in due).  A ben guardare ci sono un paio di “forzature” nella trama che risolvono, in modo un po’ sbrigativo, alcune situazioni piuttosto complesse, ma il risultato finale è, comunque, più che apprezzabile. 

Foto: "Casa de papel" - Antena 3

Foto: “Casa de papel” – Antena 3

Un approccio creativo
La scrittura di una storia affascinante richiede l’attivazione e l’integrazione di due stili di pensiero: il pensiero divergente e il pensiero convergente.

Il pensiero divergente stimola ad uscire dagli schemi e a generare una pluralità di idee: idee originali, stravaganti, sorprendenti. Più è ampio il ventaglio di idee create e maggiore è la probabilità di trovare soluzioni affascinanti. Questo stile di pensiero consente agli sceneggiatori di concepire trovate narrative insolite e inaspettate.

Il pensiero convergente, invece, sprona a valutare le idee, in base a determinati criteri (realizzabilità, efficacia, economicità, ecc.), per selezionare quelle più adatte e promettenti. Grazie al pensiero convergente è possibile costruire una struttura articolata e coerente, in cui ogni elemento, anche se raccontato con modalità non lineari (flashback), trova la giusta collocazione nel disegno globale.

Il team di sceneggiatori (Álex Pina è stato supportato da altri sei autori) ha svolto un ottimo lavoro nel delineare una storia complessa e ben congegnata, ricca di imprevisti e colpi di scena originali che, spesso, lasciano lo spettatore a bocca aperta.

In questo mondo si muovono dei personaggi credibili, che si trovano ad affrontare situazioni inaspettate che mettono a dura prova le loro abilità (e la cusiosità dello spettatore). In diverse circostanze, infatti, i protagonisti si trovano sotto scacco, imbrigliati in una situazione che non presenta alcuna via d’uscita, poi, grazie ad un improvviso “guizzo creativo”, riescono a trovare soluzioni molto originali (come presso lo sfasciacarrozze, ll cimitero, l’ospedale, ecc.), che gli consentono di uscire brillantemente dall’empasse.

Anche il team dei rapinatori mostra alcuni elementi interessanti relativi alla creatività in gruppo. È un team eterogeneo in cui ognuno ha abilità e peculiarità differenti, ma il “percorso di formazione” (presso il casale di Toledo) ha integrato e completato le competenze dei membri. Il loro obiettivo è chiaro (uscire dalla Zecca con un cospicuo bottino) e sono profondamente determinati a raggiungerlo. Anche le regole sono esplicite: rispettare il piano, non fare vittime e non abbandonare nessun compagno.

Hanno una fiducia smisurata nel “Professore” e nel suo piano, e, nonostante qualche “ammutinamento”, si fidano gli uni degli altri. Il professore ha studiato tutto nei minimi dettagli, ma la realtà non segue mai i piani e i rapinatori si trovano (molto spesso) in situazioni impreviste, in cui devono fare appello alla loro capacità d’improvvisazione e di collaborazione. Ogni difficoltà superata, rende il gruppo più coeso e lo avvicina al risultato finale.

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